Il carcere cassonetto sociale

In questi anni il contesto politico-culturale si è modificato notevolmente. L’uso strumentale e demagogico del tema della sicurezza, fatto proprio ormai da tutte le forze politiche; la scelta di misure come il braccialetto elettronico che certamente non vanno nella direzione della responsabilizzazione dei detenuti; la restrizione di fatto della cosiddetta Gozzini e la tendenza più volte invocata di una sua ulteriore restrizione, fino al rischio non lontano di uno snaturamento della legge stessa; la difficoltà e la discrezionalità territoriale nella sua applicazione da parte dei tribunali di sorveglianza; la decisione di costruire nuove strutture penitenziarie (che si vanno ad aggiungere ai 205 istituti penitenziari, alle 51 case mandamentali e ai 6 ospedali psichiatrici giudiziari) sono tutti segnali di un cambiamento nella concezione stessa della pena detentiva: sempre meno finalizzata al reinserimento (anche solo dal punto di vista teorico) e sempre più luogo di punizione e di allontanamento dalla vita sociale, libera e “normale”.

In carcere il 1 gennaio del 1990 c’erano meno di 30 mila persone e 3000 erano in misura alternativa. Dieci anni dopo, il 1 gennaio del 2000, i detenuti erano 54 mila e le persone in misura alternativa circa 30 mila. Oggi il tasso di detenzione è di circa 90 detenuti ogni 100 mila abitanti.

Come emerge con chiarezza da un ricerca realizzata dall’associazione Antigone, “il carcere sceglie i suoi ospiti tra coloro che hanno meno opportunità sociali, sono meno garantiti nella società e durante il processo ”.
Qualche esempio:
- tra le donne (che al 31 dicembre 1999 rappresentavano il 4, 12% della popolazione detenuta) ben il 17,6% è priva di titolo di studio e il 33% possiede il diploma di scuola media inferiore, mentre il numero di disoccupate o in cerca di occupazione è molto alto e tocca valori vicini al 70%, e tra le occupate il 70% faceva l’operaia
- il carcere resta “meridionale”, solo che il sud del mondo sostituisce quello nazionale (al 1 gennaio del 2000 quasi i 30% dei detenuti era straniero); a parità di reato gli stranieri vanno più in carcere degli italiani (sono più denunciati e controllati, hanno minore accesso alle misure cautelari e alternative alla detenzione, sono spesso privi di difesa legale)
- la maggioranza assoluta delle persone detenute rientra nella fascia giovanile (il 52.4% della popolazione in carcere al primo gennaio 2000 ha un’età compresa tra i 18 e i 35 anni)
- la percentuale complessiva dei disoccupati e degli inoccupati è del 30,9%, mentre il 41.9% ha una condizione lavorativa non rilevabile prima di entrare in carcere
- a dicembre del 1999 i tossicodipendenti in carcere sono il 29.2% della popolazione detenuta, senza contare quelli in affidamento in prova al servizio sociale in casi particolari e la metà dei tossicodipendenti risulta essere in carcere per detenzione di sostanze stupefacenti e piccolo spaccio
- i detenuti sieropositivi sono ufficialmente il 3,17% del totale (ma solo un terzo dei detenuti si è sottoposto al test) e sono 163 le persone malate di Aids ancora in carcere nonostante la nuova legge sulle misure alternative alla detenzione
- 1.207 persone sono internate negli ospedali psichiatrici giudiziari o nelle sezioni di osservazione psichiatrica degli istituti di pena; per loro non c’è neanche la certezza del fine pena.
Insomma il carcere si è trasformato in una sorta di cassonetto sociale, dove buttare tutto ciò che dà fastidio: poveri, tossicodipendenti, malati di mente, immigrati poveri, disoccupati, analfabeti.

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